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Il muratore che di notte si trasforma in un cacciatore di pedofili

Justine Payne va a caccia di pedofili che ha contattato su internet fingendosi un bambino, filma l’incontro e lo posta online


Di giorno, Justin Payne è un muratore della periferia di Toronto. Ogni ora che non passa al lavoro, però, la trascorre attaccato al cellulare, a controllare i profili online su cui si finge un bambino o una bambina.

Il 28enne si considera un cacciatore di pedofili, e gestisce diversi account su tre siti di incontri. A suo dire, gli bastano pochi minuti online perché quei profili, tutti relativi a bambini di età compresa tra i nove e i 13 anni, vengano letteralmente inondati di messaggi da parte di uomini adulti.

“Mi limito a sganciare la bomba. Dico, ‘Ho nove anni, quasi dieci, è un problema per te?’ Il 90 percento risponde di no,” spiega Payne.

La conversazione, racconta, vira rapidamente sul sesso: gli uomini che lo contattano si informano sulla sua verginità e gli chiedono foto di nudo. Le immagini che usa Payne (vecchie foto di figli di amici) sono tutte di bambini vestiti, ma questo non sembra fermare gli uomini che lo contattano.

“Iniziano con le foto a petto nudo, e poi passano a quelle del pene,” mi spiega. A supporto della sua affermazione, sullo schermo del cellulare fa scorrere alcune delle immagini che ha ricevuto. Siamo sulla sua macchina, una Kia Spectra che ha visto giorni migliori. Dentro ci tiene tutti gli attrezzi del mestiere—un cavo, degli occhiali con telecamera nascosta, un portatile con una soundboard che gli permette di inviare messaggi vocali simulando la voce di un bambino.

Payne ha i capelli castani, gli occhi marroni e la carnagione olivastra. Quando lo incontro porta un cappello da baseball alla rovescia, una felpa, dei pantaloncini e scarpe antinfortunistiche, tutto cosparso di macchie di calce e cemento. Il tatuaggio in caratteri cinesi che ha sul bicipite destro recita “pace, amore, lealtà.” È alto e muscoloso, ma non ha un’aria minacciosa. Ha la voce morbida, e fuma una sigaretta dopo l’altra per placare l’ansia. Insomma, è difficile immaginarlo fronteggiare gli uomini che lo contattano, ma più o meno una volta a settimana dà appuntamento a uno di loro per poi registrare il faccia a faccia.

“L’hanno già fatto o è solo una fantasia? Di solito per capire se incontrarli mi baso su questo,” dice.

Per i suoi incontri Payne sceglie luoghi pubblici ma deserti, come i parcheggi dei supermercati dopo l’orario di chiusura, e armato di fogli su cui ha stampato le conversazioni e di una videocamera, affronta apertamente l’adescatore. Dopodiché pubblica il tutto su Facebook o YouTube, dandolo così impasto alle sue migliaia di follower. (Sul suo canale YouTube, Payne pubblica anche video più leggeri:)

Dal parcheggio di un centro commerciale di North York, mi indica un palazzo. Mi dice che ci vive un 51enne che era convinto che Payne fosse un bambino di dieci anni di nome Christopher. Mi mostra una delle loro conversazioni, in cui l’uomo gli propone del sesso orale, invia immagini del proprio pene e ammette di aver già avuto rapporti con un 14enne.

Nel video dell’incontro, Payne gli mostra una foto di “Christopher” e lo incalza: “Allora, ti eccita vedere questa roba? Eh? Ti eccita?” L’uomo chiede più volte scusa e promette di non farlo mai più. Payne ribatte: “Sì, ma così non cambia un cazzo. Non torna mica tutto a posto. Incubi tutte le notti, anni di terapia, relazioni rovinate per sempre.” Alla fine del filmato, l’uomo, quasi in lacrime, chiede a Payne di “avere pietà.” Mi riferisce che finisce spesso così.

Di solito Payne denuncia i casi alla polizia, ma questo, aggiunge con amarezza, non basta a far partire le indagini. È convinto che l’uomo coinvolto in uno degli ultimi casi di violenza sessuale su minori della città sia proprio uno di quelli che aveva ripreso in video.

“[La polizia] non ha fatto niente. Quindi la gente è contenta quando sa che esistono persone come me, perché altrimenti è come se le regole non esistessero.”

Ma le regole ci sono, dice l’agente Kim Gross del dipartimento violenze su minori della polizia di Toronto: il coinvolgimento di persone non addestrate potrebbe compromettere l’intero processo di indagine e raccolta delle prove necessario a formulare l’accusa.

In pratica, dice Gross, i cacciatori di pedofili che operano autonomamente scoprono le carte in tavola, e ogni volta che uno viene esposto pubblicamente su internet, gli altri vengono messi al corrente dell’esistenza di queste tecniche. “E cosa succede se poi li spaventano al punto che i sospettati non vengono più catturati?”

Quando uno dei 17 agenti alle dipendenze di Gross è impegnato in un’operazione sotto copertura, deve agire con la massima discrezione per non evadere i protocolli legali. Per esempio, se un poliziotto incoraggia una persona a commettere un reato che altrimenti non avrebbe commesso, la sua azione è considerata una violazione della Carta dei diritti e delle libertà del Canada. Nonostante le buone intenzioni di Payne, il pericolo di mandare a monte le indagini e contravvenire ai protocolli è uno dei motivi per cui Gross sconsiglia il vigilantismo. Anche se il lavoro di Payne conducesse a un arresto, aggiunge Gross, un buon avvocato potrebbe “farlo a pezzi” in tribunale, mandando a monte l’intero caso.

Come spiega l’avvocato Arun Maini, le azioni di Payne hanno tutta una serie di potenziali implicazioni legali e non solo. Diffondere pubblicamente l’identità di una persona potrebbe costituire una violazione della privacy, e Payne stesso rischierebbe una denuncia per diffamazione (finora non è mai successo, ma ha ricevuto diverse minacce di morte). Potrebbe avere problemi anche qualora dall’altra parte dello schermo ci fosse un poliziotto sotto copertura.

Quanto ai filmati di Payne, utilizzarli per concludere un arresto “sarebbe problematico, non trattandosi di prove raccolte dalla polizia… Durante il processo potrebbero non essere accolti in quanto ‘sviamento di procedura’.”

A tutto ciò, continua Maini, in caso il pubblico di Payne dovesse riconoscere uno dei presunti pedofili, si aggiungerebbe il rischio di aggressioni e linciaggio.

L’anno scorso, sempre a Toronto, Cliff Ford è stato accolto come un eroe quando ha finto di essere la propria figlia per raccogliere informazioni sull’uomo che la contattava online. Al tempo, Ford aveva dichiarato che il suo primo istinto era stato di presentarsi a casa dell’uomo e raderla al suolo. Ma è riuscito a mantenere il controllo e si è rivolto alle autorità, permettendo la condanna dell’uomo a 22 anni di carcere. Ma non tutti hanno questo autocontrollo.

Nel Regno Unito molti uomini accusati di pedofilia sono stati picchiati, hanno ricevuto minacce di morte, hanno subito linciaggi e per questo si sono dati alla macchia, anche in assenza di ogni accusa formale.

“È difficile cancellare quello che viene messo in internet,” dice Maini.

Nel caso del 51enne di North York, i famigliari dell’uomo hanno contattato Payne per dirgli che le sue accuse erano prive di fondamento. Ma il video è ancora online. Quando gli ho chiesto se non temesse di muovere accuse false, Payne mi ha risposto che è molto preciso nell’archiviazione di tutte le prove nel suo computer.

Sembra che poco gli importi della sua sicurezza, anche se sua madre, dice, è molto preoccupata dal fatto che sia solo nelle sue missioni. L’ispettore Gross è d’accordo con lei.

“Va alla cieca,” dice. “Alcuni sono potenzialmente pericolosi. Non sa chi si troverà davanti.”

E non sono timori senza fondamento. Payne cerca di evitare il contatto fisico durante i confronti, ma gli capita di inseguire i sospetti. E un uomo, una volta, ha inseguito lui.

Anche se è chiaro che Payne si senta quasi un ‘giustiziere’ che agisce per il bene pubblico, è difficile capire quali motivazioni lo spingano a dedicare la maggior parte del suo tempo a chattare con potenziali pedofili.

Cresciuto “povero da far schifo” con i genitori e due fratelli maggiori in un parcheggio di roulotte a New Glasgow, in Nuova Scozia, Payne dice di aver sofferto di depressione e ansia. Finiva sempre in qualche rissa, e a volte la polizia andava a cercarlo a casa. Durante l’adolescenza, aveva cominciato a tagliarsi e aveva tentato il suicidio due volte—una volta impiccandosi e una andando in overdose da medicinali per l’artrite di sua madre. Dice di aver perso la verginità a 14 anni, quando un’amica della madre, sulla quarantina, si era infilata in camera sua dopo una festa.

A 18 anni Payne si è trasferito in Ontario con la madre e un fratello. Dice di aver preso ispirazione dalla serie reality To Catch A Predator, in cui Chris Hansen e il suo team si fingono adolescenti per scovare predatori sessuali online. Un anno e mezzo fa, Payne ha deciso di provare lui stesso, e quando ha postato il video online le reazioni sono state estremamente positive.

“Mi dicono, ‘Non smettere, continua,’ e a me serve per andare avanti.”

Payne è un po’ un lupo solitario. È raro trovarlo a fare bisboccia—dice che poi l’hangover emotivo è troppo potente—e soffre di crisi d’ansia sociale così profonde che spesso cerca di mettere alla prova le proprie forze andando a sedersi da solo in un centro commerciale affollato, solo per provare a se stesso che può farlo. Paradossalmente, online indossa magliette con il proprio nome e la propria faccia e posta frequentemente video che nulla hanno a che fare con la caccia ai pedofili. Ogni post ha centinaia, quando non migliaia, di like. Mi dice che voleva fare l’attore. Per essere uno che si descrive come “fuori dalla realtà” per la maggior parte del tempo, sembra che gli interessino le attenzioni.

“Anche se sono una persona ansiosa, mi piace mettermi in mostra,” ammette. “Mi sento più calmo nel caos.”

In ogni caso, non sembra voler smettere. Ha già affrontato centinaia di uomini e ha accumulato un seguito che lo idolatra sempre di più a ogni sua mossa.

Tra i suoi fan c’è Alycha Reda, 26 anni, che è stata violentata da adolescente a Kingston, in Ontario, da Mark Bedford. Bedford è stato messo in prigione nel 2008 per molestie sessuali online a centinaia di ragazzine.

Reda, oggi, gira per le scuole dell’Ontario e dell’Alberta per far conoscere la sua storia. Dice di sostenere Payne perché i risultati di un iter legale standard possono essere deludenti.

“Non è che gira a picchiare pedofili, semplicemente li mette davanti alla telecamera,” dice.

“Parliamo di 20-30 pedofili al mese. La polizia ne prende mai così tanti? No. Nemmeno lontanamente.”

L’ispettore Gross ha dichiarato a VICE che il grande interesse che Payne ha calamitato non la sorprende.

“Il numero di persone che nutrono un interesse perverso per i bambini, online, è strabiliante. Se mettessi i miei agenti a chattare con loro, non avremmo più un momento libero.”

Se da un lato gli interessa che il pedofilo si vergogni di sé, dall’altro Payne cerca di sensiblizzare sui pericoli di internet per i bambini.

“Voglio che i genitori si caghino sotto,” dice. “La cosa più importante è che chi pensa che cose simili ‘qui non succedono’ capisca che non è così.”

È questo il suo obiettivo, anche a discapito di quello che può significare per la sua salute mentale. Sono centinaia le vittime di molestie che lo contattano, tra cui una ragazza che è stata violentata dal padre. “Spesso sto male fisicamente,” dice, aggiungendo che non è in grado di avere una relazione con una donna perché “sono sempre preso a pensare all’ultima persona con cui ho parlato o all’uomo con cui devo incontrarmi.”

“Ho pensato, a volte, di mollare,” aggiunge. “Ma poi penso a tutte le persone che deluderei.”

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