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5G, i rischi per la salute richiedono prevenzione. Ma le parole contano meno dei numeri

Si è svolto il 5 novembre alla Camera il partecipatissimo convegno “Moratoria nazionale 5G, tra rischi per la salute e principio di precauzione” promosso dall’Alleanza Stop 5G e da parlamentari delle più svariate appartenenze politiche. Presenti relatori di grande spessore scientifico quali Olle Johnsson, Annie J. Sasco, Marc Arazi; in questo contesto prestigioso ho avuto l’onore di aprire i lavori in rappresentanza di Isde, inquadrando il contesto in cui il 5G andrà a operare, indubbiamente contraddittorio e confuso.

A fianco delle relazioni di carattere strettamente scientifico, importanti contributi sono venuti da associazioni di malati, dallo studio legale torinese che ha ottenuto sentenze favorevoli circa i rischi da elettrosmog e da amministratori locali. In particolare Franca Biglio, sindaco di Marsaglia e presidente dell’Associazione Nazionale Piccoli Comuni di Italia (Anpci), guida la rivolta dei primi cittadini contro il 5G e ha denunciato come ancora una volta i piccoli comuni subiscano scelte imposte dall’alto, senza alcuna preventiva informazione. Fortunatamente sono sempre più numerosi i sindaci che, consci del loro ruolo, difendono la salute delle loro comunità dai rischi dell’elettrosmog e seguono l’esempio della Biglio.

Come ha detto con forza Annie Sasco, non si tratta di invocare il principio di precauzione, ma quello di prevenzione, perché una corposa letteratura scientifica attesta che gli effetti biologici dei campi elettromagnetici (Cem) vanno ben oltre la sola azione di riscaldamento acuto, quella su cui si basano i limiti di legge. Le onde del 5G, in particolare, penetrano nella cute fino a 10mm, con effetti sia locali (cellule cutanee, terminazioni nervose, microcircolo) che sistemici per rilascio di mediatori infiammatori.

E’ emersa con chiarezza l’inadeguatezza dei limiti vigenti anche in Italia – che pur vanta una delle legislazioni più cautelative – che ha limiti a 6 V/m, anche se come media su 24 ore e non più “puntuali”, ma se si pensa che fino agli anni 40 il fondo naturale pulsato era pari a 0,0002 V/m ben si capisce l’enorme aumento del groviglio elettromagnetico cui siamo tutti esposti.

Il Comitato europeo per i rischi da radiazioni (Ecrr), tenendo conto degli studi pubblicati nel 2018 dal National Toxicology Program (Ntp) e dall’Istituto Ramazzini, ha recentemente proposto di adottare anche per le radiofrequenze limiti che – come per le radiazioni ionizzanti – tengano conto dell’effetto cumulativo e adottino fattori correttivi legati alla frequenza, all’età e alla tipologia delle persone esposte. A questo proposito esiste una vera “schizofrenia” perché ad esempio da un lato il Consiglio d’Europa raccomanda agli Stati membri di fissare soglie preventive che non superino gli 0,6 V/m e di ridurre questo valore a 0,2; dall’altro la Commissione europea raccomanda la commercializzazione su larga scala del 5G, con cui si prevede un aumento dei limiti fino a 61 V/m.

Se si aggiunge che non esistono attualmente strumentazioni in grado di misurare i campi elettromagnetici generati dal 5G, che le agenzie di protezione ambientale dispongono solo di modelli teorici da validare nella pratica e che la normativa attuale è del tutto inadeguata e impreparata a regolamentare gli scenari generati dal 5G, come si potrà stabilire se i limiti vengono superati, se non c’è neppure la possibilità di eseguire misurazioni?

Rispetto ai rischi sanitari già evidenziati in precedenti post, segnalo il contributo di Olle Johnsson circa l’aumento in batteri esposti al telefono cellulare e Wi-Fi dell’antibiotico-resistenza, problema ubiquitario che sta generando enorme preoccupazione.

Marc Arazi è il medico francese che ha denunciato lo scandalo Phone Gate e portato alla luce l’inganno cui sono stati esposti i consumatori con l’utilizzo di cellulari che 9 volte su 10 superavano i limiti stabiliti.

Di grandissimo rilievo infine l’intervento della prof. Annie J. Sasco, medico epidemiologo che ha lavorato per 22 anni alla Iarc e che ha parlato in particolare dei rischi per i bambini da esposizione a cellulari, problema del tutto trascurato nel 2011 dalla Iarc che classificò le radiofrequenze “2B” (cancerogeni possibili). Da esperta epidemiologa Sasco ha affermato che negli studi epidemiologici non si devono considerare le parole (troppo spesso tranquillizzanti) con cui i risultati degli studi vengono riportati, ma i risultati numerici, affermando ad esempio che se fossero stati disponibili i risultati di Cefalo – studio condotto per valutare il rischio di cancro cerebrale in bambini e adolescenti in relazione al cellulare e giunto a conclusioni rassicuranti – la Iarc avrebbe classificato le radiofrequenze a livello I (cancerogeni) e non 2B. Guardando numeri e tabelle di Cefalo, emergono infatti rischi trascurati dagli autori, ma dimostrati da altri.

Ma un’altra questione particolarmente inquietante è stata sollevata dalla Sasco su Mobi-kidsstudio condotto in 14 paesi, compreso l’Italia (Università di Torino) che ha preso in esame i tumori cerebrali nell’età 10-24 anni, in relazione all’uso dei cellulari. Lo studio, finanziato con fondi pubblici europei, ha analizzati 898 casi insorti fra 2010 ed 2015 e 1912 controlli sani. Il 13 gennaio 2017 i dati sono stati inviati alla Commissione Europea, ma a distanza di tre anni non si ha ancora alcuna pubblicazione dei risultati, neppure parziale. Come è possibile? Sono forse emersi risultati “scomodi” che si preferisce non diffondere? Sasco ha ribadito con forza che è necessario avere subito i risultati di Mobi-kids “perché si parla dei nostri bambini e anche dei nostri soldi, perché sono stati utilizzati fondi pubblici”!

Questo silenzio è inaccettabile e ogni paese dovrebbe adoperarsi per conoscere almeno i risultati del proprio paese. Spero che questo appello venga raccolto perché prima di esporre l’infanzia ai rischi ulteriori del 5G, è urgente sapere cosa già succede loro con il sempre più frequente uso che giovani e bambini fanno dei telefoni mobili.