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Twain: se le elezioni servissero, non ci lascerebbero votare

In tempi di elezioni si sente spesso citare la frase di Mark Twain “Se le elezioni servissero a qualcosa, non ce le lascerebbero fare”.

Si può fare però anche il ragionamento opposto: se le elezioni non servissero a nulla, perché mai i politici si dannano in modo disumano per riuscire a vincerle?

In realtà, questa è una finta contrapposizione, perché la prima frase è vista dall’ottica dell’elettore, mentre la seconda è vista dall’ottica del candidato politico.

Si potrebbero concludere quindi che le elezioni non servono a nulla per quel che riguarda i cittadini, mentre servono moltissimo ai politici che le vincono, perché saranno poi loro a gestire il potere.

C’è però un passaggio mancante, ed è questo: se è vero che le elezioni non servono al cittadino, ma servono al politico per arrivare a gestire il potere, perché il cittadino vota quel politico?

Anche qui, la risposta è semplice: il cittadino vota quel politico perché crede che quel politico farà qualcosa di buono per lui.

Quindi, le elezioni sono un grande inganno nei quali sostanzialmente un piccolo gruppo di teatranti (i politici) chiedono di avere l’autorizzazione da parte dei cittadini (il pubblico pagante) a gestire il loro denaro.

Perché ormai è una cosa l’abbiamo capita tutti: governare significa gestire montagne praticamente infinite di denaro pubblico. Nient’altro.

Sembrerebbe quindi un inganno perfetto: da una parte si obbligano i cittadini a versare quote sostanziali dei loro guadagni in forma di tasse (con la scusa dei “servizi pubblici”), e dall’altra si ottiene poi l’autorizzazione da parte degli stessi cittadini per gestire il loro denaro a proprio piacimento. Lasciando in più a loro l’illusione di avere scelto.

Per dirla con Cioran, “La democrazia è il paradiso e la tomba dei popoli”.

C’è però un però: che cosa succede se i cittadini comprendono il meccanismo perverso che da sempre li ha portati ad essere legati al palo a cui volevano essere legati? Che cosa succede nel momento in cui si accorgono che negando il proprio voto a chi fino ad oggi gli ha soltanto rubato dei soldi, costui non potrà più continuare a rubarglieli?

In fondo, è vero che il ladro sta dall’altra parte, ma sei tu che gli offri le chiavi di casa tua, nel momento in cui lo voti.

La questione quindi non è democrazia-sì o democrazia-no, ma è democrazia becera e irrazionale (ingannevole e manipolatoria) contro democrazia critica ed informata (responsabile e partecipata).

Lo ha spiegato bene James Madison (uno dei Padri Fondatori americani) quando ha detto: “Nulla potrebbe essere più irragionevole che dare potere al popolo, privandolo tuttavia dell’informazione senza la quale si commettono gli abusi di potere. Un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che procura l’informazione. Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe.”

Oppure, come diceva Rathenau, “Democrazia è regime di popolo nelle mani di un popolo politicamente educato; nelle mani di un popolo impolitico e ineducato è cricca di circoli e rigurgito di tavolini da caffè”.

La stessa cosa l’ha detta de Toqueville, in modo ancora più sintetico: “La democrazia è il potere di un popolo informato”.

It’s a long way to Tipperary.

Massimo Mazzucco

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